La definizione di innovazione sociale più aperta e completa allo stesso tempo, è contenuta nel Libro bianco sull’innovazione sociale, scritto da Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan:

“Definiamo innovazioni sociali le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa.

L’innovazione sociale non è solo un’idea più o meno radicale, ma una pratica innovativa, ovvero l’applicazione efficace e sostenibile di una nuova idea di prodotto, servizio, modello. La capacità di essere efficace si riferisce all’uso ottimale di risorse per il conseguimento di un risultato sociale (outcome), in pratica la dimostrazione che l’idea funziona meglio delle soluzioni esistenti e genera valore per la società; la sostenibilità riguarda una componente essenziale e tipica dell’innovazione sociale, ovvero la capacità di “stare sul mercato” e di finanziarsi grazie a dei ricavi generati dall’attività stessa. Questo elemento rimanda alla dimensione imprenditoriale dell’innovazione quale possibile (non necessario) esito per l’implementazione e attuazione di una nuova idea.

innovazione_socialeL’Unione Europea, che raccoglie Paesi in cui l’innovazione sociale ha una tradizione antica per quanto differenziata, ha lanciato l’iniziativa pilota “Social Innovation Europe”, introdotta dalla pubblicazione “This is European Social innovation” nella quale si legge che “l’innovazione sociale riguarda le nuove idee che lavorano per rispondere a impellenti bisogni senza risposta. Molto semplicemente le innovazioni sociali possono essere descritte come innovazioni che sono sociali nello scopo e nei mezzi.

Dunque, le innovazioni sociali sono nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che incontrano bisogni sociali e allo stesso tempo creano nuove relazioni sociali o nuove collaborazioni”. (Questa definizione viene ripresa dal Libro Aperto dell’Innovazione Sociale, Marzo 2010, Murray, Calulier-Grice and Mulgan).

Nella pubblicazione “This is European Social Innovation” la Commissione ha svolto un’attività di scouting sul territorio dell’Unione che ha portato alla segnalazione di dieci interventi “tipo” di innovazione sociale in Paesi diversi.

Nella pubblicazione si legge che alla giuria è stato chiesto di selezionare i progetti – oltre che su basi di differenziazione geografica, di settore e della problematica sociale affrontata – sulla base dei seguenti tre criteri posti sotto forma di domanda, che nella visione della Commissione aiutano a identificare una innovazione come sociale:

  •  E’ utile? Affronta un reale problema sociale o ambientale in maniera efficiente dal punto di vista dei costi?
  • E’ rilevante per le persone coinvolte nell’iniziativa, sia quelle che erogano il servizio/prodotto (l’offerta) sia quelle che ne beneficiano (la domanda)?
  • Crea relazioni nuove ed efficaci nella società?

La “tesi” di Bruxelles in materia di innovazione sociale, dunque, può essere sintetizzata così:

  •  L’innovazione sociale è un elemento chiave nella strategia di crescita e sviluppo dell’Unione Europea nei prossimi anni (Europa 2020 – Innovation Union)
  • Si rileva un interesse crescente verso gli interventi di innovazione sociale che si traduce in crescenti investimenti da parte delle fondazioni, dei governi e del mondo del business ma allo stesso tempo si rileva che l’innovazione sociale non è adeguatamente indagata e modellizzata in quanto autonomo campo di studio e di azione
  • L’Europa è ricca di esperienze consolidate di innovazione sociale ma è anche ricca di esperienze micro che rischiano di rimanere isolate e perciò depotenziate
  • E’ necessario che l’Unione Europea presidi l’innovazione sociale, da un lato approfondendone finalità e strumenti dall’altro sostenendo gli innovatori sociali attivi nei territori europei e proponendo, a tal fine, una “piattaforma” permanente di scambio, apprendimento e collaborazione

L’innovazione sociale non si traduce necessariamente in impresa sociale. Il concetto di innovazione sociale è molto più ampio di quello di impresa e imprenditorialità sociale; gli elementi essenziali dell’innovazione sociale sono l’efficacia e la sostenibilità economica della pratica innovativa. A tal fine, l’impresa sociale si pone come strumento al servizio dell’innovazione sociale, capace di strutturare processi e relazioni sociali esistenti, di dare una infrastruttura alla dimensione micro.
Così intesa l’impresa sociale deve offrire una risposta plurima all’innovazione sociale, che rifletta la complessità e la ricchezza delle pratiche, senza appiattirle su modelli consolidati e ricondurle a logiche tradizionali. Se l’innovazione nasce dalla domanda di nuovi bisogni e servizi, l’impresa sociale deve offrire nuovi modelli per fare impresa coerenti con la natura atipica del prodotto e del processo a cui danno forma.

L’impresa sociale, in senso teorico, è dunque definita come:

  • strumento funzionale al processo di innovazione che si manifesta in forma di offerta alla collettività di un nuovo bene, servizio, modello di produzione e consumo.
  • presidio di beni relazionali e alcuni servizi essenziali per la collettività, unico modello di impresa che può garantire l’universalità dei servizi
  • innovazione sociale dei modelli di gestione, produzione e consumo (crowdsourcing, prosumers, co-produzione) che garantiscono un forte allineamento degli interessi tra diversi stakeholders dell’impresa

Più sfidante è invece definire cosa sia, per forma giuridica, l’impresa sociale in Italia.
Il riferimento normativo principale è l’Impresa Sociale ex d.lgs.155, che non rappresenta una categoria di persone giuridiche, ma propone una qualifica aggiuntiva, applicabile a tutte le organizzazioni che esercitano attività economica per la produzione di beni e servizi di utilità sociale. Tra queste organizzazioni, le tre forme giuridiche che danno espressione oggi all’impresa sociale sono:

  • la cooperativa sociale
  • le imprese (srl, spa) profit attive nei settori normati dal d.lgs.155
  • le non profit commerciali attive sul mercato dei servizi sociali.

La ratio del decreto era quella di offrire all’imprenditore sociale una pluralità di forme possibili per l’esercizio della sua attività, ivi inclusa quella della società commerciale.

Nonostante fondasse su presupposti condivisibili, tuttavia l’esito dell’applicazione del decreto 155 si può considerare a tutti gli effetti fallimentare.

Appare evidente che per rendere la forma dell’impresa sociale attrattiva per le organizzazioni attive nel sociale siano necessarie alcune riforme.

La riforma dell’impresa sociale intende dare sostanza e trasparenza ad un nuovo modello giuridico d’impresa e favorire lo sviluppo di una nuova forma d’imprenditoria (l’imprenditoria sociale) consentendo l’ingresso di nuovi capitali pazienti nel terzo settore. Ciononostante le modifiche della legge delega più contrastate risultano essere due:

  • La possibilità di remunerare il capitale delle imprese sociali indipendentemente dalla forma giuridica, anche posizionandosi sui vincoli più stringenti già oggi consentiti ai soci delle cooperative sociali
  • L’ obbligatorietà dell’iscrizione come “impresa sociale” per tutte quelle organizzazioni del terzo settore che svolgono un’attività commerciale in modo prevalente, al fine di costringere le organizzazioni stesse all’interno di un maggiore sistema di controlli. L’obiettivo è proprio di fare trasparenza e rendere più difficili i meccanismi incestuosi tra pubblico e non profit che rischiano di produrre malagestio e corruzione.

In Italia esistono migliaia di imprenditori sociali (molti di loro cooperatori) che non hanno alcuna intenzione di avere l’amministrazione pubblica come unico cliente, che non basano la loro sostenibilità sulle donazioni, che vogliono remunerare correttamente i lavoratori e che intendono impegnarsi per promuovere un modello di economia più equo.