da www.repubblica.it


Sono due classifiche che si rincorrono tra grafici e tabelle seguendo gli stessi identici percorsi, eppure mancava la prova scientifica della correlazione fra corruzione e digitalizzazione. C’era soltanto, diffusa presso l’opinione pubblica che al crescere dell’una diminuiva l’altra e viceversa. Che più digitalizzazione dei dati e servizi insomma volesse dire più trasparenza e meno possibilità di corruzione. Ora Luca Attias, il giovane direttore generale dei sistemi informativi della Corte dei Conti che è diventato per competenza e passione un punto di riferimento fra quanti hanno a cuore un settore pubblico più moderno, più automatizzato e quindi più trasparente, in una parola più onesto e affidabile, ha deciso di mettere mano nella selva di dati scoprendo analogie impressionanti, ancora più schiaccianti del comune sentire. «Abbiamo calcolato – racconta Attias – il fattore di correlazione lineare tra la classifica sulla corruzione redatta da Transparency International e la graduatoria dei paesi membri dell’Ue con il maggior grado di sviluppo digitale. Gli statistici gridano al miracolo quando trovano dei fattori che si avvicinano al 70%: ebbene, nel nostro caso l’indice di correlazione ha superato il 90%, un risultato impressionante». Altrettanto convinto della necessità di andare a fondo è Carlo Mochi Sismondi, presidente di Forum PA, l’azienda che da quasi trent’anni oltre a organizzare l’omonimo congresso (l’edizione

2015 si è conclusa pochi giorni fa a Roma) si batte per una pubblica amministrazione più degna in Italia delle classifiche europee, e che ha promosso l’iniziativa. «Purtroppo la lotta contro la corruzione nella P.A. – spiega Mochi – sembra una fatica di Sisifo. L’affastellarsi di norme, specificazioni, commi, regolamenti, obblighi di piani, responsabili, relazioni, analisi rischi e quant’altro, tutto questo sta uccidendo la pubblica amministrazione per asfissia. La carta, i faldoni, la produzione infinita di nuovi adempimenti è il brodo di coltura della corruzione. Di fronte a questa bulimia regolatoria i dati che abbiamo analizzato ci dicono che le armi vincenti erano già a nostra disposizione: la trasparenza, il monitoraggio e la velocità offerti dalla digitalizzazione dei processi se preceduta da un loro ripensamento radicale. In fondo, la “cittadinanza digitale” promessa dall’articolo uno della riforma Madia in discussione, non è altro che il nuovo diritto di cittadinanza tout court, ossia il diritto di essere cittadini di uno Stato moderno, sano, e ben amministrato. La lotta alla corruzione ne diventa un benefico effetto collaterale». In sostanza, più i paesi hanno sistemi efficienti di digitalizzazione, meno subiscono il peso della corruzione e viceversa. L’Italia purtroppo non brilla per risultati e si posiziona agli ultimi posti (peggio di noi solo Grecia, Bulgaria e Romania). Spiega ancora Attias: «Siamo uno dei Paesi più corrotti d’Europa e sul fronte digitalizzazione abbiamo numeri che fanno paura: i nostri centri dati pubblici sono oltre 10mila, quasi 100 volte quelli statunitensi. E un numero così elevato di centri dati, quando manca un’efficiente coordinamento anche elettronico, non coincide certo con una maggiore efficienza, anzi ». Uno dei problemi insomma è la frammentazione: «Ogni singola amministrazione, ogni regione, ogni comune si digitalizza in autonomia, indipendentemente dal resto del mondo e sviluppa applicativi spesso incapaci di comunicare con tutti gli altri creando una mole di dati in buona parte inutilizzabili. Paradossalmente, sarebbe meglio non aver proprio nulla e poter partire da zero, come alcuni Paesi di nuovo sviluppo che copiano i sistemi più efficienti sul mercato senza il peso di normative che potranno essere costruite ex novo ». Un po’ come ha fatto l’Estonia: «Dal nulla è diventato uno dei paesi digitali più avanzati al mondo sul fronte pubblico». Capovolgere il sistema italiano è un’impresa dura. «Ci sono troppo normative preesistenti, troppe applicazioni, troppi software », aggiunge Mochi. «Il rischio è restare indietro e farsi superare da tutti, mentre l’Olanda avvia e porta a termine un progetto di digitalizzazione complessiva in soli otto mesi e la Francia punta a ridurre ulteriormente i suoi data center da 150 a 20 in 4-5 anni». Le conseguenze di quest’analisi sono di profondo impatto per l’Italia e la comunità internazionale: «Bisogna tener presenti questi grafici anche al momento di implementare le leggi anticorruzione », insiste Attias. «Non solo la classe dirigente, ma la popolazione deve essere consapevole che oggi la civiltà di un Paese si misura anche dal grado di digitalizzazione che ha raggiunto». CORTE DEI CONTI Luca Attias, il direttore generale dei sistemi informativi della Corte dei Conti che ha realizzato lo studio sulle correlazioni fra digitalizzazione e lotta alla corruzione Il presidente di Forum PA, Carlo Mochi Sismondi: ha finanziato lo studio sulla trasparenza